mercoledì 5 novembre 2008

Qualcuno ha sentito bussare?



"(…)
Non cessiamo di ripeterlo, pensare prima di tutto alle folle diseredate e doloranti, alleviarle, aerarle, illuminarle, amarle, ampliare loro largamente l’orizzonte, prodigare loro sotto ogni forma l’educazione, offrire l’esempio della fatica, mai quello dell’ozio, diminuire il peso del carico individuale accrescendo la nozione dello scopo universale, limitare la povertà senza limitare la ricchezza, creare vasti campi d’attività pubblica e popolare, avere come Briareo cento mani da tendere da ogni parte ai prostrati e ai deboli, adoperare la potenza collettiva a quel grande dovere di aprire officine per tutte le braccia, scuole per tutte le attitudini, e laboratori per tutte le intelligenze, aumentare il salario e diminuire la fatica, equilibrare il dare e l’avere, cioè proporzionare il godimento allo sforzo e l’appagamento al bisogno, insomma far sì che il congegno sociale sprigioni a profitto dei sofferenti e degli ignoranti maggior quantità di luce e di benessere, questo è – e le anime che sentono la simpatia non lo dimentichino – il primo degli obblighi fraterni e la prima – lo sappiano i cuori egoisti – delle necessità politiche.
E tutto ciò, diciamolo, è soltanto un principio, ecco la vera questione: il lavoro non può essere una legge senza essere un diritto
(vai a dirlo alla Confindustria! Poi vedi cosa ti rispondono...), non insistiamovi perché non è il luogo. Se la natura si chiama provvidenza, la società deve chiamarsi previdenza (ah ma allora sei proprio un “comunista”!). Lo sviluppo intellettuale e morale è altrettanto indispensabile quanto il miglioramento materiale: sapere è un viatico, pensare è una prima necessità, la verità è nutrimento come il grano. Una ragione a digiuno di scienza e saggezza, smagrisce; compiangiamo, al pari degli stomaci, gli spiriti che non si nutrono: più straziante di un corpo in agonia per mancanza di pane è un’anima morente perché affamata di luce (ma la TV non aiuta...).
(…)
Al momento attuale, il passato, è vero, è resistentissimo; sta riprendendo e questo ringiovanire d’un cadavere sorprende. Eccolo che cammina e giunge, sembra vincitore: questo morto è un conquistatore. Giunge con la sua legione, le superstizioni, con la sua spada, il dispotismo, con la sua bandiera, l’ignoranza; da qualche tempo ha vinto più d’una battaglia; avanza, minaccia, ride, è alle porte. (…)"

Chi ha scritto queste parole non era un comunista, né un socialista, né un francescano intento in un sermone: sono parole di Victor Hugo. Ho tratto questo passaggio dal romanzo “I Miserabili”, libro VII, capitolo IV.
Dal 1862, a quanto pare, le necessità della società non sembrano cambiate granchè; anche il pericolo di un ritorno al passato sembra essere una costante indipendente dal tempo (scusate l’ingegnerizzazione dei termini). In quello stesso capitolo, Hugo manifestava la sua fiducia nel futuro, in quello che lui chiamava progresso, intendendolo come avanzamento intellettuale e sociale, non solo materiale. Diceva che il progresso porterà spontaneamente a un “equilibrio” che cancellerà naturalmente la miseria e tutte le altre piaghe; esprimeva la convinzione che tale progresso fosse inarrestabile e ormai alle porte.
Siamo nel 2008, devo sentire ancora bussare. Se qualcuno ha sentito vada ad aprire al più presto!
P.S.: Ah, dimenticavo: VAI COSì OBAMA!!!!

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