sabato 21 marzo 2009

Gitano Sedentario


Viaggio, fuga. Due parole con un significato così diverso, ma così simile.
Fuggire dai ritmi, dalle responsabilità, dalle aspettative e dagli stereotipi di questa società rotante attorno ai media, fasulla e borghese; e quindi viaggiare, senza data di arrivo prefissata e con una meta che sia solo un riferimento, una stella polare in un cielo stellato. In fondo è vero: in un viaggio non importa la destinazione, ma il percorso.
Ed ecco che sboccia nuovamente la primavera, coi suoi colori, la sua luce calda, la sua offerta di libertà. Non c'è altra stagione che ricordi così vigorosamente, a noi esseri umani, la nostra vera natura vagabonda. O forse non c'entra nulla il genere umano, ma solo una parte di esso, quella parte romantica e sognatrice che rifiuta il pragmatismo obbligato dei tempi moderni, preferendo l'ideologia fantastica dei propri sogni; quella parte incontentabile di umanità che desidera scoprire, vedere, conoscere.
E così, ecco che fa capolino una parte di me stesso cresciuta spontaneamente come fili d'erba che spuntano dal cemento. Potrebbe essere il destino, oppure quella che alcuni chiamano anima, fattostà che conservo una parte di me stesso che sfugge dall'educazione ricevuta, dalle esperienze vissute e dalle prospettive per il futuro. E' una predisposizione congenita, una molla compressa pronta a scattare spontaneamente, a volte anche ribaltando la visione del mondo, della vita e delle scelte da compiere a cui siamo stati abituati.
E allora vorrei acquistare una moto, una vecchia, borbottante cafè-racer dei mitici anni '70, salirvi in sella indossando un vecchio casco e un sobrio giubbotto di pelle, avviare il bicilindrico e inserire la marcia nell'incognita di possibili guasti meccanici, sistemare nella tasca un'unica, sgualcita cartina stradale, per poi dare gas e allontanarmi verso la mia stella polare, senza sapere quando e se vi arriverò; non avrebbe alcuna importanza. Sarebbe importante invece assaporare il gusto della vera libertà, scoprire nuovi orizzonti ad ogni deviazione dal percorso principale, avere l'inebriante sensazione di stringere la vita fra le proprie mani, senza nessuno che ti guidi o consigli od osservi pronto a giudicare la scelta compiuta. Sarebbe importante il piacere di vivere fuori dal tempo.
I viaggi romantici e bohemien on-the-road non sono altro che una meravigliosa metafora: le strade percorse rappresentano la vita, i bivi e gli incroci corrispondono alla scelta fra la via diretta verso il futuro, ma più breve e insipida, o quella più tortuosa ed emozionante, quella che non ti chiede nulla in cambio, ma solo di seguire le curve e sbirciare il panorama senza preoccupazioni, senza timori, senza ansie per il futuro/meta.
Ma non ho una moto e nemmeno i soldi per permettermela. Ho impegni presi da portare a termine prima di potermi sentire libero sospendendo la mia presenza dalla società. Per questo (per ora) sono solo un sognatore, un gitano sedentario che attende il momento di sfasciare la sedia che lo sorregge, alzandosi poi sulle proprie gambe con un sorriso.

"In tempi come questi, la fuga è l'unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare" Henri Laborit

sabato 13 dicembre 2008

Lettera di Natale (del bimbo che è in me)


Caro Dio,
ormai il Natale è vicino, ed è ora di scrivere la consueta letterina. Questa volta la scrivo a te, perchè ormai si sa che Babbo Natale non esiste (e se esiste è Bud Spencer vestito di rosso), e poi credo che il Natale riguardi più te che Bud, sì perchè è l'anniversario della nascita di tuo figlio, ricordi? Il suo compleanno insomma.
A proposito, Gesù non se la prende mica se i regali ce li facciamo tra noi invece di darli a lui, vero? E' che non si fa più vedere da un sacco di tempo, poi l'ultima volta non ha nemmeno lasciato l'indirizzo...
Caro Dio, quest'anno ho fatto il bravo, sai? Oddio (ops! Scusa m'è scappato), ogni tanto ho mandato a quel paese qualcuno, ma sono cose che capitano, no? Tu mi capisci, ne sono sicuro. Però c'è qualcun'altro che non è mica stato tanto bravo e buono, sai? Oh, Dio intendiamoci, non te lo dico mica per fare la spia, eh? E lo so che vedi tutto però, proprio per questo, con tutta la roba che c'è da vedere, non vorrei che ti fosse sfuggito qualcosa... Insomma dai, hai visto che schifo che c'è in giro per il mondo? Dai, non fare finta di niente, me ne sono accorto io che abito qui, figuriamoci tu che vivi lassù e vedi tutto dall'alto!
Ecco, io non capisco perchè ultimamente te ne freghi così di noi. Forse è anche per questo che ti scrivo: per avere spiegazioni. Cioè, una volta eri molto più presente! Ma tanto, tantissimo di più! Mandavi la manna dal cielo, facevi sentire il tuo vocione, scrivevi le leggi sulla roccia col pensiero, ogni tanto t'incazzavi pure e ci spedivi qualche brutta piaga! Una volta poi hai pure allagato il mondo intero; mica pizza e fichi!
Poi, da quando hai mandato tuo figlio, non ti sei più fatto sentire... Non è che te la sei presa per come l'abbiamo trattato? Ma guarda che, se eravamo sicuri che era proprio tuo figlio, non gli facevamo nulla, giuro! E' che lui diceva tutte ste cose anarchiche e anticonformiste (pure un tantino comuniste, dai diciamoci la verità) e allora lo abbiamo creduto uno di quei matti rivoluzionari che vogliono cambiare il mondo! Ovvio che, tra uno così e uno come Barabba, sceglievamo Barabba, no? Tu non avresti fatto la stessa cosa?
Dio, comunque io sono un tantino stufo di continuare a pregare, pregare e pregare ancora; non facciamo altro che lasciare preghiere in segreteria, ma non rispondi mai! Non è molto educato, sai? Sopratutto perchè ci hai creato tu, quindi è tua la colpa dei difetti di fabbricazione. Ci hai fatto male e adesso ti devi assumere le tue responsabilità... Oppure è finita la garanzia? Spero di no, sennò stiamo proprio inguaiati!
Dai, fatti sentire di nuovo! Fa qualcosa... Che ne so, allaga tutto (non solo Roma, anche se è lì che ci sta il Vaticano, quindi capisco...), fa piovere rane, inviaci millemilamiliardi di cavallette... anzi no: rimanda tuo figlio!! Sai che colpo di scena? Non se lo aspetterebbe nessuno! Certo, stavolta però rendilo meno umano, magari immortale, sennò lo fanno fuori di nuovo!
Oppure, zitto zitto e in gran segreto, stai preparando la fine del mondo? Di la verità, sei lì che organizzi l'Apocalisse, eh? Che vecchio volpone che sei! Oh, bravo! Forse è la cosa migliore, così tutti i bastardi, gli stronzi, i malvagi, gli ipocriti, i ricchi, i potenti, gli assassini, i pedofili (ecc..) vanno tutti giù all'inferno, i bimbi del limbo diventano angeli, quella povera gente del terzo mondo se ne sale lì con te e finalmente sapremo chi c'ha ragione fra tutti sti preti! Sì perchè, non so se lo sai, ma è già da un bel po' che qui giù c'è un dibattito enoooorme (e anche sanguinoso a volte) su come sei e chi sei. C'è chi dice che hai la pelle bianca e la barba e i riccioli (un po' come Babbo Natale in effetti), altri dicono che parli Arabo e hai la pelle scura, altri ancora pensano che non sei solo tu, ma che ce ne sono altri come te... Insomma, c'è un po' di confusione eh? Ma il brutto è che tutti questi preti vogliono avere ragione e sono convinti di parlare, agire e persino pensare allo stesso modo di come faresti (o vorresti) tu! Cioè, ma ti rendi conto come siamo messi?
Vabbè dai, ti ho annoiato abbastanza con tutte queste cose che sai già di sicuro. Spero però che rispondi almeno alle lettere, siccome non lo fai con la segreteria (che poi ormai sarà intasatissima!); no, perchè non è che lo faccio per poi vantarmi che a me rispondi e agli altri no, è solo che vorrei sapere cosa mettere al posto del crocefisso... Dammi un consiglio, valà... Ci metto un piccolo cartello con su scritto il classicissimo "torno subito"? Oppure "sono ancora qui, ma non me ne frega niente"? O è meglio "non torno più, mi sono stufato"?... Ma forse, dimmi sinceramente, quello più adatto è "SONO CAZZI VOSTRI!", vero?
Ciao Dio! Stammi bene, eh?
Con affetto.... Albe

martedì 25 novembre 2008

Sesso, bugie e videotape (sex, lies and videotape)

Da qualche anno la TV è irrimediabilmente squallida e noiosa, mentre i cinema faticano ad offrire film che meritino di essere visti. Quale momento migliore per spolverare i "vecchi" classici e scoprire il sapore ormai raro del fascino potentemente efficace che sanno regalare!
Sesso, bugie e videotape è un film indipendente del 1989, diretto da un giovane Steven Sodebergh; oggi un nome ormai noto, ma all'epoca ancora in cerca di affermazione e sconosciuto ai più.
Lo svolgimento della trama è estremamente fluido, riuscendo a rapire l'attenzione anche durante i frequenti dialoghi fra personaggi, che spesso comunicano più con gli sguardi, i silenzi e le movenze, piuttosto che con le labbra. In effetti questo film racchiude, oltre all'innegabile talento registico, le brillanti recitazioni di tre magnifici attori: la bellissima ed eccezionale Andie MacDowell nei panni della casalinga Ann, James Spader in quelli del misterioso vagabondo Graham e Peter Gallager (ricordate il ricco avvocato idealista che adotta il teppistello Ryan nel telefilm O.C.?) che anima la figura di John, classico yuppie egocentrico in carriera. Oltre questi tre personaggi vi è anche Cynthia, la sorella disinibita di Ann, interpretata da Laura San Giacomo.
La trama ruota attorno ai quattro personaggi, ai rapporti che li legano, alle loro differenze e similitudini, ai loro equilibri destinati al crollo. Abbiamo così due sorelle totalmente differenti, una sessualmente repressa e frustrata, tanto da ricorrere all'analisi psicologica (così di moda negli USA), l'altra fin troppo trasgressiva ed estroversa (sempre sessualmente parlando), ma entrambe sembrano accomunate dal giustificare se stesse per poter differire dall'altra, per poter godere dell'illusione di avere la coscienza pulita (nel caso di Ann) o la vera libertà (in quello di Cynthia). Poi ci sono i due uomini, i due vecchi compagni di facoltà un tempo grandi amici, ma profondamente diversi ora che Graham ha mollato il mondo ipocrita in cui vivono i rampanti avvocati, preferendo quello precario, ma sincero, del vagabondaggio senza meta caratterizzato dal possesso di "un'unica chiave: quella dell'auto".
Oltre ai quattro, il significato del film orbita anche attorno alle tre parole che compongono il titolo. Così scopriamo che tutti hanno un problema col sesso. L'attraente Cynthia lo usa come sfogo delle proprie passioni, considerando gli uomini solo come un mezzo a tale scopo, trattandoli come meri oggetti di piacere; John, innamorato di se stesso, lo vede come una prova e un'auto-affermazione della propria virilità; mentre Ann e Graham ne sono tristemente afflitti, vivendo un blocco psicologico apparentemente inspiegabile, ma che ha radici profonde nell'inconscio rifiuto della propria vita vuota e priva di prospettive. Interessante è come questi modi differenti (e sbagliati) di vivere il sesso (e quindi la vita) crea nel film una situazione paradossale: chi fa sesso non si ama e chi si ama realmente non fa sesso. Sintomo di ciò è che i quattro protagonisti preferiscono rifugiarsi nelle bugie per salvare il proprio ego, la propria libertà e trasgressione, per nascondere i propri problemi; insomma, per mantenere invariate le proprie vite, anche se insoddisfacenti. Persino Graham, che pone i bugiardi al primo posto fra le categorie umane più spregevoli (al secondo gli avvocati), mente a se stesso, rifiutando di prendere realmente atto del proprio problema, riluttante nel risolverlo per timore del cambiamento che causerebbe alla realtà a cui è abituato. Ma è proprio lui che, inconsciamente, rompe gli equilibri del trio, permettendo o costringendo ognuno di loro a essere finalmente se stesso, a essere veramente libero e Vivo; creando un nuovo equilibrio che da a ognuno ciò che merita.
Sesso, bugie e videotape è senza dubbio parte della storia del Cinema, ma sono certo che troppi (sopratutto nella mia generazione) non l'hanno ancora visto, perdendo il fascino di un film enigmatico e rinunciando a qualche sana riflessione sui protagonisti irreali della vicenda narrata, che altro non sono che il riflesso di personaggi reali di vicende altrettanto reali: noi stessi.
Ma la magia del Cinema (come di qualsiasi altra arte) sta anche nell'immortalità, perciò mi rivolgo a tutti coloro che non hanno ancora visto questo film, invitandoli a procurarsene una copia; nella peggiore delle ipotesi, "sprechereste" un'ora e mezza delle vostre vite.
Ah, dimenticavo... A chi non si fidasse del mio giudizio, ricordo che questa pellicola è stata premiata con la palma d'oro al 42° Festival di Cannes, vincendo anche il premio per la miglior interpretazione maschile (conferito a James Spader) e quello internazionale della critica; e scusate se è poco.

Buona visione....

mercoledì 5 novembre 2008

Qualcuno ha sentito bussare?



"(…)
Non cessiamo di ripeterlo, pensare prima di tutto alle folle diseredate e doloranti, alleviarle, aerarle, illuminarle, amarle, ampliare loro largamente l’orizzonte, prodigare loro sotto ogni forma l’educazione, offrire l’esempio della fatica, mai quello dell’ozio, diminuire il peso del carico individuale accrescendo la nozione dello scopo universale, limitare la povertà senza limitare la ricchezza, creare vasti campi d’attività pubblica e popolare, avere come Briareo cento mani da tendere da ogni parte ai prostrati e ai deboli, adoperare la potenza collettiva a quel grande dovere di aprire officine per tutte le braccia, scuole per tutte le attitudini, e laboratori per tutte le intelligenze, aumentare il salario e diminuire la fatica, equilibrare il dare e l’avere, cioè proporzionare il godimento allo sforzo e l’appagamento al bisogno, insomma far sì che il congegno sociale sprigioni a profitto dei sofferenti e degli ignoranti maggior quantità di luce e di benessere, questo è – e le anime che sentono la simpatia non lo dimentichino – il primo degli obblighi fraterni e la prima – lo sappiano i cuori egoisti – delle necessità politiche.
E tutto ciò, diciamolo, è soltanto un principio, ecco la vera questione: il lavoro non può essere una legge senza essere un diritto
(vai a dirlo alla Confindustria! Poi vedi cosa ti rispondono...), non insistiamovi perché non è il luogo. Se la natura si chiama provvidenza, la società deve chiamarsi previdenza (ah ma allora sei proprio un “comunista”!). Lo sviluppo intellettuale e morale è altrettanto indispensabile quanto il miglioramento materiale: sapere è un viatico, pensare è una prima necessità, la verità è nutrimento come il grano. Una ragione a digiuno di scienza e saggezza, smagrisce; compiangiamo, al pari degli stomaci, gli spiriti che non si nutrono: più straziante di un corpo in agonia per mancanza di pane è un’anima morente perché affamata di luce (ma la TV non aiuta...).
(…)
Al momento attuale, il passato, è vero, è resistentissimo; sta riprendendo e questo ringiovanire d’un cadavere sorprende. Eccolo che cammina e giunge, sembra vincitore: questo morto è un conquistatore. Giunge con la sua legione, le superstizioni, con la sua spada, il dispotismo, con la sua bandiera, l’ignoranza; da qualche tempo ha vinto più d’una battaglia; avanza, minaccia, ride, è alle porte. (…)"

Chi ha scritto queste parole non era un comunista, né un socialista, né un francescano intento in un sermone: sono parole di Victor Hugo. Ho tratto questo passaggio dal romanzo “I Miserabili”, libro VII, capitolo IV.
Dal 1862, a quanto pare, le necessità della società non sembrano cambiate granchè; anche il pericolo di un ritorno al passato sembra essere una costante indipendente dal tempo (scusate l’ingegnerizzazione dei termini). In quello stesso capitolo, Hugo manifestava la sua fiducia nel futuro, in quello che lui chiamava progresso, intendendolo come avanzamento intellettuale e sociale, non solo materiale. Diceva che il progresso porterà spontaneamente a un “equilibrio” che cancellerà naturalmente la miseria e tutte le altre piaghe; esprimeva la convinzione che tale progresso fosse inarrestabile e ormai alle porte.
Siamo nel 2008, devo sentire ancora bussare. Se qualcuno ha sentito vada ad aprire al più presto!
P.S.: Ah, dimenticavo: VAI COSì OBAMA!!!!

martedì 4 novembre 2008

Yes, HE can!

Mancano ormai poche ore ai risultati elettorali che decreteranno il nuovo Presidente USA.
Inutile dire chi spero esca vincitore: i post precedenti di questo blog mi rendono ormai prevedibile in campo politico.
Ho notato che in molti temiamo il ripetersi dei cosiddetti “manini” elettorali, gli stessi confusi sconvolgimenti che fecero la fortuna di Bush junior. Ma questa volta voglio essere positivo, voglio dare fiducia (forse la prima volta in vita mia) alla democrazia statunitense.
E se vincesse il carismatico Obama, speriamo che non lo facciano fuori… Insomma, si sa: la storia USA ci ricorda chiaramente che i politici scomodi non hanno mai avuto vita lunga in quel Paese; percui, concedetemi un minimo di preoccupazione (che spero essere eccessiva) a riguardo.
Comunque, credo che il nostro vecchio Occidente “democratico”, stia vivendo un momento storico particolare che non lo rende pronto per un Presidente NERO alla casa BIANCA; ma, forse proprio per questo, c’è bisogno oggi più che mai di qualcuno che indichi una nuova, giusta direzione al nostro futuro. Perché tutti sappiamo che le politiche adottate dagli USA, soprattutto quella estera, hanno un peso considerevole. Se guardiamo la storia che va dall’ultima guerra mondiale ad oggi ci rendiamo conto che ogni avvenimento importante nel mondo (in qualunque parte del mondo) ha avuto come protagonisti, o coprotagonisti (o antagonisti), gli USA. Per questo, in un periodo in cui il futuro sembra sempre più fascista, in un periodo in cui sembra dominare la paura e il razzismo, in cui sembra che si stia dimenticando il vero significato di democrazia (ogni riferimento a fatti, cose o avvenimenti italiani NON è casuale), in un periodo nel quale si tende a preferire i toni forti e la violenza, piuttosto che il dialogo costruttivo, l’elezione di un nero a capo di un Paese che, fino a poche decine di anni fa (e in qualche caso tuttora), discriminava pesantemente le persone di colore, mi fa pensare a una buona dose di sana umanità iniettata direttamente nell'arteria più importante del sistema socio/politico mondiale.
Certo, forse Mr. Obama non cambierà molto gli USA, ma sono convinto che potrebbe RIVOLUZIONARE il mondo.


giovedì 16 ottobre 2008

Ricordi di un età senza razzismo

Ricordo ancora un mio lontano giorno di lezione alle scuole elementari. La maestra di storia e italiano stava svolgendo il suo lavoro rivolta alla classe, che reagiva come al solito: c’era chi l’ascoltava attento, chi parlottava con il proprio compagno di banco, chi era evidentemente assorto nei propri pensieri lontano chilometri da quell’aula, ecc.. Insomma, era un ordinario giorno di scuola di un’ordinaria classe formata da bimbi vivaci e spensierati. A un tratto qualcuno bussò alla vecchia porta di legno che si aprii cigolando sui cardini. Entrò in aula l’altra nostra maestra, seguita da un bimbo mai visto prima e dai suoi genitori. Erano strani, erano diversi. Negli anni ’90, nel mio piccolo paese di provincia, non capitava spesso di vedere persone che non fossero italiane, così rimanemmo tutti stupiti nel vedere, per la prima volta dal vivo, fisionomie diverse da quelle a cui eravamo abituati. Il nostro piccolo coetaneo era turco, era immigrato assieme alla famiglia nel nostro Paese per motivazioni che accomunano la maggior parte degli immigrati. Lo ricordo ancora bene, con quella sua testolina tonda, i capelli corti e dritti, rinchiuso nelle spalle, timido e con lo sguardo abbassato a guardare il pavimento; anche noi eravamo una novità per lui: si trovava di fronte 21 bambini che lo scrutavano da cima a fondo con gli occhi sgranati di curiosità. Sua madre si chinò per dirgli qualcosa e lui ci salutò con un “ciao” soffocato dalla timidezza e dal disagio che stava evidentemente provando. Nell’aula c’era un banco vuoto, dove le maestre lo fecero sedere un momento, per fargli osservare l’ambiente dal punto di vista che presto sarebbe diventato anche il suo. Mi sembra di vederli ancora lì, a pochi metri da me, il nostro piccolo nuovo compagno e i suoi genitori che gli parlavano piano, tranquillizzandolo. Ricordo bene sua madre, con quel foulard che le copriva i capelli e con quella gonna lunga e pesante che arrivava fino ai piedi.
Nei giorni successivi scoprimmo che il nostro nuovo compagno parlava pochissime parole di italiano, ciò lo rendeva molto silenzioso, tendendo a farlo chiudere in se stesso. Ma le maestre continuavano a spronarlo e incitarlo, dedicandogli quelle attenzioni in più che richiedeva il suo caso, senza mai trascurare il resto della classe. Ben presto i giochi nel giardino della scuola, dopo l’ora di pranzo, lo trasformarono da sconosciuto a nuovo amico, rivelandoci che, aldilà dell’aspetto fisico e della provenienza, non c’erano grosse differenze fra noi e lui. Imparò l’italiano in fretta, e al termine di quel suo primo anno con noi, sapeva leggere molto più fluidamente che qualche altro nostro svogliato compagno italiano. Ci furono polemiche solo quando fu accontentato il suo rifiuto di mangiare carne di maiale alla mensa, scatenando il risentimento di qualche genitore “benpensante” che vedeva un non meglio precisato “evidente trattamento privilegiato”. La cosa finì lì, con quei genitori zittiti da tutti gli altri.
La mia fu la prima classe delle scuole elementari di San Giovanni in Persiceto a sperimentare l’integrazione di un bambino straniero, e non ci furono problemi. Imparammo invece a non giudicare solo dall’aspetto esteriore, acquisendo così una grande lezione di vita.
Oggi, secondo certi nostri politici, quel bambino non sarebbe mai dovuto entrare in quell’aula; oggi vorrebbero che fosse inserito in una classe apposita, insieme ad altri bambini stranieri; oggi non sperimenterebbe in prima persona la nostra cultura, ma gli sarebbe impartita e insegnata teoricamente; il suo apprendimento della lingua italiana sarebbe disastrosamente rallentato per la mancanza di compagni italiani che lo stimolino a imparare in fretta, per poter poi giocare serenamente con loro. Oggi viviamo in un’Italia peggiore.
Ma la cosa che più mi preoccupa, non sono quei politici razzisti italiani che vanno tanto di moda recentemente, sono preoccupato invece dal crescente consenso di cui godono certe loro assurde idee. Tempo fa ho parlato di questo argomento con una giovane coppia (ingegnere lui, impiegata lei) che vive nella mia stessa palazzina, nell'appartamento a fianco al mio. Sono rimasto negativamente stupito quando, nella prospettiva futura di crescere un figlio, hanno espresso la volontà di iscriverlo a una scuola elementare privata, per evitare che trascorra cinque anni in una classe con bambini extracomunitari. Spesso poi, sento persone che ho sempre reputato intelligenti e sensibili fare discorsi assurdi come “Questa è la nostra terra, mio nonno ha collaborato nella bonifica delle paludi di questa pianura, percui vengono prima i miei bisogni e poi quelli degli stranieri, ecc..”. Con queste persone non si riesce nemmeno a impostare una discussione, rivelando un’ottusità e una chiusura mentale preoccupanti. Quella stessa chiusura mentale a cui condanneremmo i futuri alunni elementari (italiani e stranieri) qualora venissero segregati invece che integrati.
Insomma, è ora di considerarci cittadini del mondo e non solo del proprio Paese o della propria regione. E’ ora di accettare la globalizzazione in tutti i suoi aspetti, favorendo l’integrazione dei “diversi”. E’ ora di imparare ad essere garantisti, piuttosto che diffidenti. Solo così renderemo gli immigrati meno diversi da noi, solo così si sentiranno a casa, solo così diminuiranno quelli che preferiranno restare nell’ombra dell’illegalità. La storia insegna che queste questioni non si risolvono con la violenza o con i metodi forti. Non si risolvono generalizzando ed estremizzando. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori all’infinito. Cerchiamo di evolverci.

A proposito, è bene ricordare che poco più di trenta anni fa, qui nello civilizzato e moderno settentrione, molte case e alberghi esponevano cartelli con scritto “non si affittano camere ai terroni”, come se fossero bestie, animali da soma di cui sfruttarne la forza lavoro per poi lasciarli riposare in una stalla maleodorante. E quei meridionali non erano criminali, ma operai che si spezzavano la schiena nelle fabbriche della FIAT o nelle acciaierie e fonderie sparse nel territorio. Lavoravano sodo per sfamare i propri figli, preferendo vivere e lavorare a centinaia di km da casa e lontani dal calore della propria famiglia, piuttosto che arrendersi al lavoro nero che dominava nelle loro terre. Quei “terroni” non erano extracomunitari, ma erano oggetti dello stesso razzismo che quest'ultimi oggi devono affrontare.

Percui non prendiamoci in giro: non è una questione di provenienza, ma di accoglienza.

martedì 9 settembre 2008

Ai posteri il giudizio



"E' giusto ricordare con rispetto quegli uomini che scelsero la Repubblica Sociale perchè, dal loro punto di vista, continuarono coraggiosamente a combattere per difendere l'Italia dall'invasore straniero".
Questo, in definitiva, è il senso del discorso pronunciato ieri dal ministro La Russa in occasione del 65° anniversario dell'8 settembre.
La parola "vergognoso" non credo renda bene l'idea. Ma si sa, noi italiani siamo fantasiosi, divertenti, pittoreschi e grotteschi; siamo i buffoni dell'emisfero occidentale.
La Francia, sessantacinque anni fa, era governata da un governo fantoccio filo-nazista, perciò era divisa anch'essa in due parti, una fascista e una antifascista; la Francia ha conosciuto una Resistenza molto simile a quella italiana, eppure i suoi politici moderni non cercherebbero mai di riscrivere o reinterpretare la storia: l'anima antifascista del Paese d'oltralpe non è mai messa in dubbio.
Ho voluto prendere a esempio la Francia per confrontare una nazione dinamica e moderna con la nostra, sempre più anacronistica e immobile.
Sessantacinque anni fa moltissimi italiani hanno dovuto fare una scelta che non poteva essere dettata dall'istinto di sopravvivenza o da codarde convenienze: qualunque scelta si facesse la vita sarebbe stata ugualmente precaria, la morte quasi certa; perciò si trattava solo di scegliere da quale parte del fronte morire, per quale idea e per quali valori mettere a repentaglio le proprie vite.
Ora, spogliandoci di ogni inutile ipocrisia, bisogna ammettere col senno di poi (e con la visione d'insieme dei fatti storici che solo ai posteri è concessa) che chi scelse le file dell'RSI fece la scelta sbagliata. Oggi però, i repubblichini vengono giustificati ponendo a loro discolpa il sentimento di onore: avrebbero continuato a combattere con i nazisti per mantenere fede all'alleanza con la Germania, per non infangare l'onore italico. BALLE!! I nazisti, nel 1943, si erano già ampiamente dimostrati per quello che erano realmente, perciò scegliere di combattere al loro fianco (anzi, ai loro ordini) non significava altro che condividere le loro idee politiche e sociali, quelle loro pazze e terribili idee. Anche coloro che scelsero RSI solo per completa e cieca fede verso il fascismo e il loro Duce, decisero ugualmente di perseguire ideali di odio e repressione.
Ma il nostro ministro della difesa ha parlato di "punti di vista": se guardassimo alla scelta da compiere dopo l'8 settembre 1943, non dal punto di vista dei posteri, ma da quello dei repubblichini, allora potremmo capire e giustificare le ragioni di una scelta sbagliata. Ma questo "metodo" di riflessione storica è estremamente pericoloso e profondamente sbagliato, infatti se guardassimo la II guerra mondiale dal punto di vista di Adolf Hitler, allora sarebbero completamente giustificabili e logici lo sterminio di massa e sistematico degli ebrei, i piani di espansione mondiale e il desiderio di dominio delle altre "razze" umane per offrire "spazio vitale" alla "pura razza ariana". Se poi ci mettessimo nei panni di Stalin giustificheremmo tutte le purghe, le persecuzioni e il clima di terrore che instaurò in URSS, siccome lo fece solo per il bene del suo Paese, per proteggerlo da possibili minacce interne pronte a colpire nel momento di massima debolezza.
Ma no, fortunatamente la storia non si giudica così.
Questo episodio, però, è indicativo di come certi politici italiani continuino a trascinare il loro retaggio ideologico anche dopo averne preso ufficialmente le distanze, anche se tali ideologie sono profondamente sbagliate. Così li vediamo esibirsi frequentemente in mirabolanti acrobazie lessicali per giustificare l'ingiustificabile (anche detto "arrampicarsi sugli specchi"), confidando nell'ignoranza storica del popolo italiano per salvare la faccia e la poltrona.
E' alla luce di dichiarazioni come quelle di ieri che mi rendo conto che lo stato italiano è fondato indiscutibilmente sull'antifascismo, ma continua a soffrire di frequenti rigurgiti fascisti dopo ben 63 anni dalla somministrazione del vaccino. E' osservando tali preoccupanti conati che ho sempre più timore del futuro che ci attende, perchè quando l'attuale presidente del consiglio abbandonerà la politica, lascerà un enorme vuoto nella destra italiana, un vuoto che rischiamo venga colmato da certi loschi figuri che, per ora, stanno relativamente nell'ombra, indossando i loro costumi di lacché di corte, cuciti ad arte per celare ai nostri occhi camicie nere mai sbottonate.
Ma forse è solo il mio "punto di vista".
Ai posteri il giudizio (sperando che possano esprimerlo liberamente).