sabato 13 dicembre 2008

Lettera di Natale (del bimbo che è in me)


Caro Dio,
ormai il Natale è vicino, ed è ora di scrivere la consueta letterina. Questa volta la scrivo a te, perchè ormai si sa che Babbo Natale non esiste (e se esiste è Bud Spencer vestito di rosso), e poi credo che il Natale riguardi più te che Bud, sì perchè è l'anniversario della nascita di tuo figlio, ricordi? Il suo compleanno insomma.
A proposito, Gesù non se la prende mica se i regali ce li facciamo tra noi invece di darli a lui, vero? E' che non si fa più vedere da un sacco di tempo, poi l'ultima volta non ha nemmeno lasciato l'indirizzo...
Caro Dio, quest'anno ho fatto il bravo, sai? Oddio (ops! Scusa m'è scappato), ogni tanto ho mandato a quel paese qualcuno, ma sono cose che capitano, no? Tu mi capisci, ne sono sicuro. Però c'è qualcun'altro che non è mica stato tanto bravo e buono, sai? Oh, Dio intendiamoci, non te lo dico mica per fare la spia, eh? E lo so che vedi tutto però, proprio per questo, con tutta la roba che c'è da vedere, non vorrei che ti fosse sfuggito qualcosa... Insomma dai, hai visto che schifo che c'è in giro per il mondo? Dai, non fare finta di niente, me ne sono accorto io che abito qui, figuriamoci tu che vivi lassù e vedi tutto dall'alto!
Ecco, io non capisco perchè ultimamente te ne freghi così di noi. Forse è anche per questo che ti scrivo: per avere spiegazioni. Cioè, una volta eri molto più presente! Ma tanto, tantissimo di più! Mandavi la manna dal cielo, facevi sentire il tuo vocione, scrivevi le leggi sulla roccia col pensiero, ogni tanto t'incazzavi pure e ci spedivi qualche brutta piaga! Una volta poi hai pure allagato il mondo intero; mica pizza e fichi!
Poi, da quando hai mandato tuo figlio, non ti sei più fatto sentire... Non è che te la sei presa per come l'abbiamo trattato? Ma guarda che, se eravamo sicuri che era proprio tuo figlio, non gli facevamo nulla, giuro! E' che lui diceva tutte ste cose anarchiche e anticonformiste (pure un tantino comuniste, dai diciamoci la verità) e allora lo abbiamo creduto uno di quei matti rivoluzionari che vogliono cambiare il mondo! Ovvio che, tra uno così e uno come Barabba, sceglievamo Barabba, no? Tu non avresti fatto la stessa cosa?
Dio, comunque io sono un tantino stufo di continuare a pregare, pregare e pregare ancora; non facciamo altro che lasciare preghiere in segreteria, ma non rispondi mai! Non è molto educato, sai? Sopratutto perchè ci hai creato tu, quindi è tua la colpa dei difetti di fabbricazione. Ci hai fatto male e adesso ti devi assumere le tue responsabilità... Oppure è finita la garanzia? Spero di no, sennò stiamo proprio inguaiati!
Dai, fatti sentire di nuovo! Fa qualcosa... Che ne so, allaga tutto (non solo Roma, anche se è lì che ci sta il Vaticano, quindi capisco...), fa piovere rane, inviaci millemilamiliardi di cavallette... anzi no: rimanda tuo figlio!! Sai che colpo di scena? Non se lo aspetterebbe nessuno! Certo, stavolta però rendilo meno umano, magari immortale, sennò lo fanno fuori di nuovo!
Oppure, zitto zitto e in gran segreto, stai preparando la fine del mondo? Di la verità, sei lì che organizzi l'Apocalisse, eh? Che vecchio volpone che sei! Oh, bravo! Forse è la cosa migliore, così tutti i bastardi, gli stronzi, i malvagi, gli ipocriti, i ricchi, i potenti, gli assassini, i pedofili (ecc..) vanno tutti giù all'inferno, i bimbi del limbo diventano angeli, quella povera gente del terzo mondo se ne sale lì con te e finalmente sapremo chi c'ha ragione fra tutti sti preti! Sì perchè, non so se lo sai, ma è già da un bel po' che qui giù c'è un dibattito enoooorme (e anche sanguinoso a volte) su come sei e chi sei. C'è chi dice che hai la pelle bianca e la barba e i riccioli (un po' come Babbo Natale in effetti), altri dicono che parli Arabo e hai la pelle scura, altri ancora pensano che non sei solo tu, ma che ce ne sono altri come te... Insomma, c'è un po' di confusione eh? Ma il brutto è che tutti questi preti vogliono avere ragione e sono convinti di parlare, agire e persino pensare allo stesso modo di come faresti (o vorresti) tu! Cioè, ma ti rendi conto come siamo messi?
Vabbè dai, ti ho annoiato abbastanza con tutte queste cose che sai già di sicuro. Spero però che rispondi almeno alle lettere, siccome non lo fai con la segreteria (che poi ormai sarà intasatissima!); no, perchè non è che lo faccio per poi vantarmi che a me rispondi e agli altri no, è solo che vorrei sapere cosa mettere al posto del crocefisso... Dammi un consiglio, valà... Ci metto un piccolo cartello con su scritto il classicissimo "torno subito"? Oppure "sono ancora qui, ma non me ne frega niente"? O è meglio "non torno più, mi sono stufato"?... Ma forse, dimmi sinceramente, quello più adatto è "SONO CAZZI VOSTRI!", vero?
Ciao Dio! Stammi bene, eh?
Con affetto.... Albe

martedì 25 novembre 2008

Sesso, bugie e videotape (sex, lies and videotape)

Da qualche anno la TV è irrimediabilmente squallida e noiosa, mentre i cinema faticano ad offrire film che meritino di essere visti. Quale momento migliore per spolverare i "vecchi" classici e scoprire il sapore ormai raro del fascino potentemente efficace che sanno regalare!
Sesso, bugie e videotape è un film indipendente del 1989, diretto da un giovane Steven Sodebergh; oggi un nome ormai noto, ma all'epoca ancora in cerca di affermazione e sconosciuto ai più.
Lo svolgimento della trama è estremamente fluido, riuscendo a rapire l'attenzione anche durante i frequenti dialoghi fra personaggi, che spesso comunicano più con gli sguardi, i silenzi e le movenze, piuttosto che con le labbra. In effetti questo film racchiude, oltre all'innegabile talento registico, le brillanti recitazioni di tre magnifici attori: la bellissima ed eccezionale Andie MacDowell nei panni della casalinga Ann, James Spader in quelli del misterioso vagabondo Graham e Peter Gallager (ricordate il ricco avvocato idealista che adotta il teppistello Ryan nel telefilm O.C.?) che anima la figura di John, classico yuppie egocentrico in carriera. Oltre questi tre personaggi vi è anche Cynthia, la sorella disinibita di Ann, interpretata da Laura San Giacomo.
La trama ruota attorno ai quattro personaggi, ai rapporti che li legano, alle loro differenze e similitudini, ai loro equilibri destinati al crollo. Abbiamo così due sorelle totalmente differenti, una sessualmente repressa e frustrata, tanto da ricorrere all'analisi psicologica (così di moda negli USA), l'altra fin troppo trasgressiva ed estroversa (sempre sessualmente parlando), ma entrambe sembrano accomunate dal giustificare se stesse per poter differire dall'altra, per poter godere dell'illusione di avere la coscienza pulita (nel caso di Ann) o la vera libertà (in quello di Cynthia). Poi ci sono i due uomini, i due vecchi compagni di facoltà un tempo grandi amici, ma profondamente diversi ora che Graham ha mollato il mondo ipocrita in cui vivono i rampanti avvocati, preferendo quello precario, ma sincero, del vagabondaggio senza meta caratterizzato dal possesso di "un'unica chiave: quella dell'auto".
Oltre ai quattro, il significato del film orbita anche attorno alle tre parole che compongono il titolo. Così scopriamo che tutti hanno un problema col sesso. L'attraente Cynthia lo usa come sfogo delle proprie passioni, considerando gli uomini solo come un mezzo a tale scopo, trattandoli come meri oggetti di piacere; John, innamorato di se stesso, lo vede come una prova e un'auto-affermazione della propria virilità; mentre Ann e Graham ne sono tristemente afflitti, vivendo un blocco psicologico apparentemente inspiegabile, ma che ha radici profonde nell'inconscio rifiuto della propria vita vuota e priva di prospettive. Interessante è come questi modi differenti (e sbagliati) di vivere il sesso (e quindi la vita) crea nel film una situazione paradossale: chi fa sesso non si ama e chi si ama realmente non fa sesso. Sintomo di ciò è che i quattro protagonisti preferiscono rifugiarsi nelle bugie per salvare il proprio ego, la propria libertà e trasgressione, per nascondere i propri problemi; insomma, per mantenere invariate le proprie vite, anche se insoddisfacenti. Persino Graham, che pone i bugiardi al primo posto fra le categorie umane più spregevoli (al secondo gli avvocati), mente a se stesso, rifiutando di prendere realmente atto del proprio problema, riluttante nel risolverlo per timore del cambiamento che causerebbe alla realtà a cui è abituato. Ma è proprio lui che, inconsciamente, rompe gli equilibri del trio, permettendo o costringendo ognuno di loro a essere finalmente se stesso, a essere veramente libero e Vivo; creando un nuovo equilibrio che da a ognuno ciò che merita.
Sesso, bugie e videotape è senza dubbio parte della storia del Cinema, ma sono certo che troppi (sopratutto nella mia generazione) non l'hanno ancora visto, perdendo il fascino di un film enigmatico e rinunciando a qualche sana riflessione sui protagonisti irreali della vicenda narrata, che altro non sono che il riflesso di personaggi reali di vicende altrettanto reali: noi stessi.
Ma la magia del Cinema (come di qualsiasi altra arte) sta anche nell'immortalità, perciò mi rivolgo a tutti coloro che non hanno ancora visto questo film, invitandoli a procurarsene una copia; nella peggiore delle ipotesi, "sprechereste" un'ora e mezza delle vostre vite.
Ah, dimenticavo... A chi non si fidasse del mio giudizio, ricordo che questa pellicola è stata premiata con la palma d'oro al 42° Festival di Cannes, vincendo anche il premio per la miglior interpretazione maschile (conferito a James Spader) e quello internazionale della critica; e scusate se è poco.

Buona visione....

mercoledì 5 novembre 2008

Qualcuno ha sentito bussare?



"(…)
Non cessiamo di ripeterlo, pensare prima di tutto alle folle diseredate e doloranti, alleviarle, aerarle, illuminarle, amarle, ampliare loro largamente l’orizzonte, prodigare loro sotto ogni forma l’educazione, offrire l’esempio della fatica, mai quello dell’ozio, diminuire il peso del carico individuale accrescendo la nozione dello scopo universale, limitare la povertà senza limitare la ricchezza, creare vasti campi d’attività pubblica e popolare, avere come Briareo cento mani da tendere da ogni parte ai prostrati e ai deboli, adoperare la potenza collettiva a quel grande dovere di aprire officine per tutte le braccia, scuole per tutte le attitudini, e laboratori per tutte le intelligenze, aumentare il salario e diminuire la fatica, equilibrare il dare e l’avere, cioè proporzionare il godimento allo sforzo e l’appagamento al bisogno, insomma far sì che il congegno sociale sprigioni a profitto dei sofferenti e degli ignoranti maggior quantità di luce e di benessere, questo è – e le anime che sentono la simpatia non lo dimentichino – il primo degli obblighi fraterni e la prima – lo sappiano i cuori egoisti – delle necessità politiche.
E tutto ciò, diciamolo, è soltanto un principio, ecco la vera questione: il lavoro non può essere una legge senza essere un diritto
(vai a dirlo alla Confindustria! Poi vedi cosa ti rispondono...), non insistiamovi perché non è il luogo. Se la natura si chiama provvidenza, la società deve chiamarsi previdenza (ah ma allora sei proprio un “comunista”!). Lo sviluppo intellettuale e morale è altrettanto indispensabile quanto il miglioramento materiale: sapere è un viatico, pensare è una prima necessità, la verità è nutrimento come il grano. Una ragione a digiuno di scienza e saggezza, smagrisce; compiangiamo, al pari degli stomaci, gli spiriti che non si nutrono: più straziante di un corpo in agonia per mancanza di pane è un’anima morente perché affamata di luce (ma la TV non aiuta...).
(…)
Al momento attuale, il passato, è vero, è resistentissimo; sta riprendendo e questo ringiovanire d’un cadavere sorprende. Eccolo che cammina e giunge, sembra vincitore: questo morto è un conquistatore. Giunge con la sua legione, le superstizioni, con la sua spada, il dispotismo, con la sua bandiera, l’ignoranza; da qualche tempo ha vinto più d’una battaglia; avanza, minaccia, ride, è alle porte. (…)"

Chi ha scritto queste parole non era un comunista, né un socialista, né un francescano intento in un sermone: sono parole di Victor Hugo. Ho tratto questo passaggio dal romanzo “I Miserabili”, libro VII, capitolo IV.
Dal 1862, a quanto pare, le necessità della società non sembrano cambiate granchè; anche il pericolo di un ritorno al passato sembra essere una costante indipendente dal tempo (scusate l’ingegnerizzazione dei termini). In quello stesso capitolo, Hugo manifestava la sua fiducia nel futuro, in quello che lui chiamava progresso, intendendolo come avanzamento intellettuale e sociale, non solo materiale. Diceva che il progresso porterà spontaneamente a un “equilibrio” che cancellerà naturalmente la miseria e tutte le altre piaghe; esprimeva la convinzione che tale progresso fosse inarrestabile e ormai alle porte.
Siamo nel 2008, devo sentire ancora bussare. Se qualcuno ha sentito vada ad aprire al più presto!
P.S.: Ah, dimenticavo: VAI COSì OBAMA!!!!

martedì 4 novembre 2008

Yes, HE can!

Mancano ormai poche ore ai risultati elettorali che decreteranno il nuovo Presidente USA.
Inutile dire chi spero esca vincitore: i post precedenti di questo blog mi rendono ormai prevedibile in campo politico.
Ho notato che in molti temiamo il ripetersi dei cosiddetti “manini” elettorali, gli stessi confusi sconvolgimenti che fecero la fortuna di Bush junior. Ma questa volta voglio essere positivo, voglio dare fiducia (forse la prima volta in vita mia) alla democrazia statunitense.
E se vincesse il carismatico Obama, speriamo che non lo facciano fuori… Insomma, si sa: la storia USA ci ricorda chiaramente che i politici scomodi non hanno mai avuto vita lunga in quel Paese; percui, concedetemi un minimo di preoccupazione (che spero essere eccessiva) a riguardo.
Comunque, credo che il nostro vecchio Occidente “democratico”, stia vivendo un momento storico particolare che non lo rende pronto per un Presidente NERO alla casa BIANCA; ma, forse proprio per questo, c’è bisogno oggi più che mai di qualcuno che indichi una nuova, giusta direzione al nostro futuro. Perché tutti sappiamo che le politiche adottate dagli USA, soprattutto quella estera, hanno un peso considerevole. Se guardiamo la storia che va dall’ultima guerra mondiale ad oggi ci rendiamo conto che ogni avvenimento importante nel mondo (in qualunque parte del mondo) ha avuto come protagonisti, o coprotagonisti (o antagonisti), gli USA. Per questo, in un periodo in cui il futuro sembra sempre più fascista, in un periodo in cui sembra dominare la paura e il razzismo, in cui sembra che si stia dimenticando il vero significato di democrazia (ogni riferimento a fatti, cose o avvenimenti italiani NON è casuale), in un periodo nel quale si tende a preferire i toni forti e la violenza, piuttosto che il dialogo costruttivo, l’elezione di un nero a capo di un Paese che, fino a poche decine di anni fa (e in qualche caso tuttora), discriminava pesantemente le persone di colore, mi fa pensare a una buona dose di sana umanità iniettata direttamente nell'arteria più importante del sistema socio/politico mondiale.
Certo, forse Mr. Obama non cambierà molto gli USA, ma sono convinto che potrebbe RIVOLUZIONARE il mondo.


giovedì 16 ottobre 2008

Ricordi di un età senza razzismo

Ricordo ancora un mio lontano giorno di lezione alle scuole elementari. La maestra di storia e italiano stava svolgendo il suo lavoro rivolta alla classe, che reagiva come al solito: c’era chi l’ascoltava attento, chi parlottava con il proprio compagno di banco, chi era evidentemente assorto nei propri pensieri lontano chilometri da quell’aula, ecc.. Insomma, era un ordinario giorno di scuola di un’ordinaria classe formata da bimbi vivaci e spensierati. A un tratto qualcuno bussò alla vecchia porta di legno che si aprii cigolando sui cardini. Entrò in aula l’altra nostra maestra, seguita da un bimbo mai visto prima e dai suoi genitori. Erano strani, erano diversi. Negli anni ’90, nel mio piccolo paese di provincia, non capitava spesso di vedere persone che non fossero italiane, così rimanemmo tutti stupiti nel vedere, per la prima volta dal vivo, fisionomie diverse da quelle a cui eravamo abituati. Il nostro piccolo coetaneo era turco, era immigrato assieme alla famiglia nel nostro Paese per motivazioni che accomunano la maggior parte degli immigrati. Lo ricordo ancora bene, con quella sua testolina tonda, i capelli corti e dritti, rinchiuso nelle spalle, timido e con lo sguardo abbassato a guardare il pavimento; anche noi eravamo una novità per lui: si trovava di fronte 21 bambini che lo scrutavano da cima a fondo con gli occhi sgranati di curiosità. Sua madre si chinò per dirgli qualcosa e lui ci salutò con un “ciao” soffocato dalla timidezza e dal disagio che stava evidentemente provando. Nell’aula c’era un banco vuoto, dove le maestre lo fecero sedere un momento, per fargli osservare l’ambiente dal punto di vista che presto sarebbe diventato anche il suo. Mi sembra di vederli ancora lì, a pochi metri da me, il nostro piccolo nuovo compagno e i suoi genitori che gli parlavano piano, tranquillizzandolo. Ricordo bene sua madre, con quel foulard che le copriva i capelli e con quella gonna lunga e pesante che arrivava fino ai piedi.
Nei giorni successivi scoprimmo che il nostro nuovo compagno parlava pochissime parole di italiano, ciò lo rendeva molto silenzioso, tendendo a farlo chiudere in se stesso. Ma le maestre continuavano a spronarlo e incitarlo, dedicandogli quelle attenzioni in più che richiedeva il suo caso, senza mai trascurare il resto della classe. Ben presto i giochi nel giardino della scuola, dopo l’ora di pranzo, lo trasformarono da sconosciuto a nuovo amico, rivelandoci che, aldilà dell’aspetto fisico e della provenienza, non c’erano grosse differenze fra noi e lui. Imparò l’italiano in fretta, e al termine di quel suo primo anno con noi, sapeva leggere molto più fluidamente che qualche altro nostro svogliato compagno italiano. Ci furono polemiche solo quando fu accontentato il suo rifiuto di mangiare carne di maiale alla mensa, scatenando il risentimento di qualche genitore “benpensante” che vedeva un non meglio precisato “evidente trattamento privilegiato”. La cosa finì lì, con quei genitori zittiti da tutti gli altri.
La mia fu la prima classe delle scuole elementari di San Giovanni in Persiceto a sperimentare l’integrazione di un bambino straniero, e non ci furono problemi. Imparammo invece a non giudicare solo dall’aspetto esteriore, acquisendo così una grande lezione di vita.
Oggi, secondo certi nostri politici, quel bambino non sarebbe mai dovuto entrare in quell’aula; oggi vorrebbero che fosse inserito in una classe apposita, insieme ad altri bambini stranieri; oggi non sperimenterebbe in prima persona la nostra cultura, ma gli sarebbe impartita e insegnata teoricamente; il suo apprendimento della lingua italiana sarebbe disastrosamente rallentato per la mancanza di compagni italiani che lo stimolino a imparare in fretta, per poter poi giocare serenamente con loro. Oggi viviamo in un’Italia peggiore.
Ma la cosa che più mi preoccupa, non sono quei politici razzisti italiani che vanno tanto di moda recentemente, sono preoccupato invece dal crescente consenso di cui godono certe loro assurde idee. Tempo fa ho parlato di questo argomento con una giovane coppia (ingegnere lui, impiegata lei) che vive nella mia stessa palazzina, nell'appartamento a fianco al mio. Sono rimasto negativamente stupito quando, nella prospettiva futura di crescere un figlio, hanno espresso la volontà di iscriverlo a una scuola elementare privata, per evitare che trascorra cinque anni in una classe con bambini extracomunitari. Spesso poi, sento persone che ho sempre reputato intelligenti e sensibili fare discorsi assurdi come “Questa è la nostra terra, mio nonno ha collaborato nella bonifica delle paludi di questa pianura, percui vengono prima i miei bisogni e poi quelli degli stranieri, ecc..”. Con queste persone non si riesce nemmeno a impostare una discussione, rivelando un’ottusità e una chiusura mentale preoccupanti. Quella stessa chiusura mentale a cui condanneremmo i futuri alunni elementari (italiani e stranieri) qualora venissero segregati invece che integrati.
Insomma, è ora di considerarci cittadini del mondo e non solo del proprio Paese o della propria regione. E’ ora di accettare la globalizzazione in tutti i suoi aspetti, favorendo l’integrazione dei “diversi”. E’ ora di imparare ad essere garantisti, piuttosto che diffidenti. Solo così renderemo gli immigrati meno diversi da noi, solo così si sentiranno a casa, solo così diminuiranno quelli che preferiranno restare nell’ombra dell’illegalità. La storia insegna che queste questioni non si risolvono con la violenza o con i metodi forti. Non si risolvono generalizzando ed estremizzando. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori all’infinito. Cerchiamo di evolverci.

A proposito, è bene ricordare che poco più di trenta anni fa, qui nello civilizzato e moderno settentrione, molte case e alberghi esponevano cartelli con scritto “non si affittano camere ai terroni”, come se fossero bestie, animali da soma di cui sfruttarne la forza lavoro per poi lasciarli riposare in una stalla maleodorante. E quei meridionali non erano criminali, ma operai che si spezzavano la schiena nelle fabbriche della FIAT o nelle acciaierie e fonderie sparse nel territorio. Lavoravano sodo per sfamare i propri figli, preferendo vivere e lavorare a centinaia di km da casa e lontani dal calore della propria famiglia, piuttosto che arrendersi al lavoro nero che dominava nelle loro terre. Quei “terroni” non erano extracomunitari, ma erano oggetti dello stesso razzismo che quest'ultimi oggi devono affrontare.

Percui non prendiamoci in giro: non è una questione di provenienza, ma di accoglienza.

martedì 9 settembre 2008

Ai posteri il giudizio



"E' giusto ricordare con rispetto quegli uomini che scelsero la Repubblica Sociale perchè, dal loro punto di vista, continuarono coraggiosamente a combattere per difendere l'Italia dall'invasore straniero".
Questo, in definitiva, è il senso del discorso pronunciato ieri dal ministro La Russa in occasione del 65° anniversario dell'8 settembre.
La parola "vergognoso" non credo renda bene l'idea. Ma si sa, noi italiani siamo fantasiosi, divertenti, pittoreschi e grotteschi; siamo i buffoni dell'emisfero occidentale.
La Francia, sessantacinque anni fa, era governata da un governo fantoccio filo-nazista, perciò era divisa anch'essa in due parti, una fascista e una antifascista; la Francia ha conosciuto una Resistenza molto simile a quella italiana, eppure i suoi politici moderni non cercherebbero mai di riscrivere o reinterpretare la storia: l'anima antifascista del Paese d'oltralpe non è mai messa in dubbio.
Ho voluto prendere a esempio la Francia per confrontare una nazione dinamica e moderna con la nostra, sempre più anacronistica e immobile.
Sessantacinque anni fa moltissimi italiani hanno dovuto fare una scelta che non poteva essere dettata dall'istinto di sopravvivenza o da codarde convenienze: qualunque scelta si facesse la vita sarebbe stata ugualmente precaria, la morte quasi certa; perciò si trattava solo di scegliere da quale parte del fronte morire, per quale idea e per quali valori mettere a repentaglio le proprie vite.
Ora, spogliandoci di ogni inutile ipocrisia, bisogna ammettere col senno di poi (e con la visione d'insieme dei fatti storici che solo ai posteri è concessa) che chi scelse le file dell'RSI fece la scelta sbagliata. Oggi però, i repubblichini vengono giustificati ponendo a loro discolpa il sentimento di onore: avrebbero continuato a combattere con i nazisti per mantenere fede all'alleanza con la Germania, per non infangare l'onore italico. BALLE!! I nazisti, nel 1943, si erano già ampiamente dimostrati per quello che erano realmente, perciò scegliere di combattere al loro fianco (anzi, ai loro ordini) non significava altro che condividere le loro idee politiche e sociali, quelle loro pazze e terribili idee. Anche coloro che scelsero RSI solo per completa e cieca fede verso il fascismo e il loro Duce, decisero ugualmente di perseguire ideali di odio e repressione.
Ma il nostro ministro della difesa ha parlato di "punti di vista": se guardassimo alla scelta da compiere dopo l'8 settembre 1943, non dal punto di vista dei posteri, ma da quello dei repubblichini, allora potremmo capire e giustificare le ragioni di una scelta sbagliata. Ma questo "metodo" di riflessione storica è estremamente pericoloso e profondamente sbagliato, infatti se guardassimo la II guerra mondiale dal punto di vista di Adolf Hitler, allora sarebbero completamente giustificabili e logici lo sterminio di massa e sistematico degli ebrei, i piani di espansione mondiale e il desiderio di dominio delle altre "razze" umane per offrire "spazio vitale" alla "pura razza ariana". Se poi ci mettessimo nei panni di Stalin giustificheremmo tutte le purghe, le persecuzioni e il clima di terrore che instaurò in URSS, siccome lo fece solo per il bene del suo Paese, per proteggerlo da possibili minacce interne pronte a colpire nel momento di massima debolezza.
Ma no, fortunatamente la storia non si giudica così.
Questo episodio, però, è indicativo di come certi politici italiani continuino a trascinare il loro retaggio ideologico anche dopo averne preso ufficialmente le distanze, anche se tali ideologie sono profondamente sbagliate. Così li vediamo esibirsi frequentemente in mirabolanti acrobazie lessicali per giustificare l'ingiustificabile (anche detto "arrampicarsi sugli specchi"), confidando nell'ignoranza storica del popolo italiano per salvare la faccia e la poltrona.
E' alla luce di dichiarazioni come quelle di ieri che mi rendo conto che lo stato italiano è fondato indiscutibilmente sull'antifascismo, ma continua a soffrire di frequenti rigurgiti fascisti dopo ben 63 anni dalla somministrazione del vaccino. E' osservando tali preoccupanti conati che ho sempre più timore del futuro che ci attende, perchè quando l'attuale presidente del consiglio abbandonerà la politica, lascerà un enorme vuoto nella destra italiana, un vuoto che rischiamo venga colmato da certi loschi figuri che, per ora, stanno relativamente nell'ombra, indossando i loro costumi di lacché di corte, cuciti ad arte per celare ai nostri occhi camicie nere mai sbottonate.
Ma forse è solo il mio "punto di vista".
Ai posteri il giudizio (sperando che possano esprimerlo liberamente).

mercoledì 23 luglio 2008

Afghanistan, Iraq

Sette anni di guerra in Afghanistan, 5 anni di guerra in Iraq.
SETTE e CINQUE anni!! E ancora non ne si vede la fine certa. Migliaia di giovani soldati morti per quale causa? Ma sopratutto, di chi? Migliaia di civili assassinati per quale colpa?
La risposta, con la sua gravità, mi terrorizza.
Voglio ricordare ciò che disse un uomo, un giusto, ormai molti anni fa: "Ogni guerra, anche la più mite, con tutte le consuete conseguenze come le distruzioni, le rivolte, i saccheggi, le rapine, gli stupri e le uccisioni, con le scuse della necessità e della legittimità, con l'esaltazione delle gesta militari, con l'amore della bandiera e della patria e con le finte premure per i feriti, perverte in un solo anno più gente di quanto possano migliaia di saccheggi, d'incendi e di omicidi commessi durante un secolo intero da persone isolate spinte dalle sole passioni." Lev Nikolaevic Tolstoj.
Dovremmo ascoltare molto più spesso le frasi lasciate alla storia dai grandi giusti del passato; dovremmo imparare dal passato.


venerdì 4 luglio 2008

Massa Critica e Capitalismo

Grazie alla puntata di "italoamericano" andata in onda ieri a tarda sera, ho potuto ascoltare le parole e le idee di (forse) uno degli ultimi veri utopisti di questi tempi moderni. Un utopista che ha il coraggio di concretizzare le proprie brillanti idee. Si chiama Chris Carlsson ed è stato uno dei creatori del concetto di "critical mass", nonché aprifila della prima concreta manifestazione (ed edizione) del fenomeno, avvenuta nel 1992 a San Francisco.
L'idea di base alla "massa critica" ha qualcosa di anarchico e attivista (forse è per questo che mi affascina tanto) e consiste nel raggruppare il maggior numero possibile di ciclisti per sfilare assieme, in gruppo, attraverso la città, costringendo il traffico motorizzato a fermarsi, paralizzandolo fino a che l'intera folla non ha terminato il passaggio. In questo modo i ciclisti di quelle città che non offrono adeguati spazi alla loro sicura circolazione, cercano di sensibilizzare la restante popolazione cittadina nei confronti del problema della viabilità urbana e del traffico sostenibile, appropriandosi per qualche minuto degli spazi a loro tolti. L'organizzazione di questi raduni avviene (e ciò è magnifico) per passaparola, senza organizzatori, capi o gerarchie, senza nessuno che stabilisca il tragitto da percorrere, quindi in completa e totale libertà: è a tutti gli effetti la manifestazione di una volontà e coscienza collettiva condivisa, che esula da qualsiasi fine politico.
Sopratutto oggi, col prezzo del petrolio alle stelle e in continua, vertiginosa ascesa, è evidente come il nostro sistema economico, e conseguentemente le nostre vite, siano schiavi della benzina e delle auto. E' evidente la necessità di ammettere il problema e di cercare alternative; l'unica che noi comuni mortali possiamo applicare nel nostro piccolo è cambiare, o meglio migliorare, le nostre stesse abitudini rinunciando, per i piccoli spostamenti, all'automobile, allo scooter, o alla moto, e fregandocene del tempo che "sprecheremmo" a causa della minor velocità che consentono quelle magnifiche meraviglie meccaniche chiamate "biciclette" (che, ancora oggi, rimangono le macchine col maggior rendimento in assoluto, fra tutte quelle create dall'uomo).
Durante l'intervista di Fabio Volo, Chris Carlsson ha anche parlato di economia mondiale, esponendo la sua idea riguardo il naturale processo ciclico del capitalismo; anche questa idea è affascinante e, sopratutto, concreta.
E' noto che la natura stessa del capitalismo lo rende soggetto a periodi di crescita e progresso, alternati a periodi di regressione; tutti gli economisti mondiali concordano nell'affermare che ora ci troviamo in quest'ultima nefasta fase. Infatti basta guardarci attorno per accorgerci di essere avvolti da innumerevoli crisi: ambientali (effetto serra, inquinamento, ...), finanziarie (mercati in recesso, stagnazione economica mondiale, ...), politiche (politici sempre meno statisti e sempre più imprenditori, scomparsa del concetto di Stato, ...) energetiche (rarefazione delle fonti energetiche classiche, eccessivi prodotti di scarto derivanti dal loro trattamento, ...), eccetera. Ma Chris Carlsson, analizzandone le cause, afferma che sono tutte dovute a una crisi principale: "l'accumulo di capitale". Il capitalismo, in effetti, si basa sull'accumulo di denaro e beni, solo così può permettersi il finanziamento dell'enorme progresso di cui è capace, ma quando l'accumulo diventa eccessivo, in rapporto agli investimenti effettuati, si raggiunge una condizione di saturazione, ed ecco che iniziano le crisi, ecco che si presenta il punto debole del sistema.
La soluzione è sempre stata nella guerra e nella distruzione, che permettono di ricominciare da zero un nuovo, lungo processo di accumulo di capitale che porterà a una nuova fase d'oro, per poi ricadere inevitabilmente in una nuova crisi e così via.
Perciò è necessaria una nuova soluzione, meno tragica, alla ciclicità del capitalismo. Soluzione che determinerebbe, però, il completo ribaltamento del sistema politico della nostra società, rovinando gli interessi dei potenti.
Ma questa nuova soluzione, per essere applicata, richiede prima un cambiamento culturale in seno al popolo, che deve prendere coscienza dei problemi e di quali azioni individuali posseggono il potere utile alla sua liberazione dalle false verità.
Ciò che intendo è che solo pensando "in collettivo", non individualmente, possiamo trovare la forza per cambiare il nostro stesso modo di vivere, che potrebbe così divenire molto più sano e armonioso con ciò che ci circonda. Così, scegliere fra la bicicletta e l'automobile, per andare da una parte all'altra della città, non sarebbe più una semplice valutazione di fatica e tempo impiegabile, ma diventerebbe una questione di coscienza, trasformando un telaio di tubi con due ruote e due pedali in una piccola arma di liberazione, un'arma materialmente inoffensiva, ma più efficace di un carro armato nel primo passo della lotta per l'emancipazione del nostro stile di vita e delle nostre menti.

sabato 28 giugno 2008

Signore e Signori....

Ieri ho deciso, finalmente, di creare questo blog dopo un lungo periodo in cui mi balenava in testa l'idea.
In teoria, questo piccolo spazio personale dovrebbe avere vita lunga, perciò preferisco sia soggetto a qualsiasi potenziale cambiamento, così da essere completamente libero, e sopratutto unico nel suo genere. In questo modo esso seguirà e rispecchierà la mia stessa maturazione (che mi auguro non si arresti mai).
Voglio paragonare questo blog, in continua evoluzione sia nei contenuti che nella veste grafica, a una tipica strada tortuosa montana, una di quelle strade che, nel momento in cui vengono percorse, sembrano portarti dove vogliano loro, in un continuo sali-scendi e in una incessante progressione di curve, apparentemente senza logica. Eppure, quelle strade hanno una direzione principale (un verso ben definito, si direbbe in fisica), una meta, un asse intorno alla quale spiralano le curve d'asfalto. Ebbene, la direzione principale di questo blog è espressa dal titolo e da quell'immagine che ne è sfondo. In effetti, sono consapevole del fatto che la mia cocciutaggine non mi lascierà mai, come anche la passione per il volo e la capacità di emozionarmi per qualcosa di semplice come il sole che gioca con le nubi. Le passioni e la sensibilità costituiscono l'espressione della nostra indole individuale, che non è soggeta a cambiamenti nell'arco della vita.
Solitamente, la cocciutaggine non è considerata una "qualità", ma se intesa come coraggio di difendere le proprie idee (e i propri ideali), se intesa come coerenza con sè stessi e forza nel combattere le avversità, ecco che può assumere un significato positivo, persino utile e necessario in un mondo come il nostro, che tende a raggrupparci in categorie umane (una volta le chiamavano "classi sociali") uniformando le nostre individualità.
I post di questo blog raccoglieranno il mio punto di vista sul mondo, sull'attualità e sul passato, saranno riflessioni personali, e ogni tanto, racconti frutto della mia fantasia (come il post precedente), risultati di un'ispirazione non cercata e inattesa che, qualche volta, mi spinge a impugnare una penna e a imbrattare fogli di carta scrivendo storie irreali, ma spesso isiprate alla realtà.
A questo punto non mi rimane che salutare, e ringraziare fin da ora, tutti i lettori (occasionali e non) che troveranno interesse per le mie parole, e che dedicheranno parte del loro tempo a questo blog.
E ora, signore e signori, il sipario si apre....


venerdì 27 giugno 2008

Cieli di fuoco


L'età media dei piloti di caccia della U.S.Navy è di circa 25 anni. Sono tutti giovani uomini addestrati ad eseguire ordini senza domandare, sono tutti ragazzi usciti vittoriosi da selezioni durissime con la sola forza della passione, per il solo piacere di poter volare sfrecciando a 2000 km/h. Sono ragazzi che vivono il loro sogno.
28 anni fa, alle 20:30, due di quei ragazzi erano concentrati nell'esecuzione della loro missione.
Il navigatore, responsabile dei sistemi d'arma, osservava attento gli schermi sul cruscotto davanti a lui, seguiva con gli occhi dei simboli luminosi su uno sfondo verde; stimava distanze, velocità relative, rotte e portata delle armi. Il suo compito questa volta gli risultava più difficile del solito siccome l'obiettivo era vicino, ma confuso: si nascondeva.
Alla radio era gracchiata poco prima una voce che intimava loro l'ordine di fare fuoco, di abbattere il bersaglio se fosse stato necessario.
Quel ragazzo, seduto sul seggiolino eiettabile posteriore dell'angusto e stretto abitacolo di un caccia da 38 milioni di dollari, ripeteva la sequenza tante volte eseguita in addestramento, riuscendo ad agganciare il bersaglio; ora era tutto nelle mani del pilota davanti a lui. Era un altro ragazzo di una ventina d'anni che, nel momento in cui il bersaglio fu acquisito dal computer di tiro, sentì nelle cuffie del casco il cicalino del sensore di ricerca del missile. Cominciò a manovrare per portare l'aereo nella posizione di fuoco più favorevole. Anche per lui, questa sequenza di gesti e pensieri era ormai una routine consolidata nell'istinto dopo anni di addestramento, ma quella volta non era un esercitazione, quella volta si faceva sul serio, era guerra vera.
Quei due giovani uomini nelle loro tute di volo verdi, imbragati al loro equipaggiamento, allacciati saldamente ai loro sedili, con la testa fasciata dal casco, la maschera d'ossigeno che copriva loro il volto e la visiera che nascondeva gli occhi, puntavano le loro armi verso un simbolo in uno schermo, un punto invisibile nel cielo, troppo piccolo e lontano per essere distinto a occhio nudo fra la vastità delle nuvole. Quell'azione, quella battaglia, doveva avere, per loro, il sapore di un gioco, qualcosa di irreale e distaccato, come una simulazione molto realistica, come le esercitazioni di tiro su droni-esca telecomandati.
Ma quei due ragazzi lo sapevano. Sapevano che il loro nemico si stava nascondendo disperatamente nella scia di un aereo civile, volandogli vicinissimo nella speranza di confondere il loro radar. Ma quei due piloti erano ben addestrati nell'utilizzo delle tecnologie a loro disposizione, ed ora erano orgogliosi di averlo in pugno; sarebbe stata una questione di attimi.
E infatti, furono secondi. Il giovane pilota americano premette il grilletto rosso della cloche col dito indice, il missile guizzò in un bagliore, subito seguito dalla sua scia di fumo. Furono solo secondi, forse interminabili, in cui i cicalini nelle cuffie si fecero più insistenti e più veloci, fino a cessare del tutto. Fu in quel momento che i due militari videro davanti a loro, laggiù, lontano, un'esplosione e una piccola nuvola nera materializzarsi dal nulla, poi una grossa e spessa scia di fumo nero che scendeva verso il mare come una lacrima pesante.
Eppure il loro bersaglio era ancora lì, intatto e ben visibile nello schermo radar. I due piloti devono avere imprecato sparando il secondo missile. Ci fu una nuova nuvola nera nel cielo di quella sera estiva e il bersaglio, quel simbolo sgargiante su uno schermo verde, finì il suo volo e la sua fuga schiantandosi sulle torride terre calabresi.
28 anni fa è stato abbattuto un MiG libico col suo pilota, ritrovati qualche giorno dopo sulla Sila. Ma ufficialmente, quel MiG non è stato abbattuto: il pilota ha avuto un malore ed è precipitato.
28 anni fa, qualche minuto prima del MiG, alle 20:59, è stato abbattuto un aereo di linea con la scritta rossa "ITAVIA" sulla fusoliera candida. Era partito da Bologna alle 20:08, diretto a Palermo, dove non arrivò mai. Si inabissò nel mare fra Ustica e Ponza, portando con sè 81 vite. Fra quei passeggeri c'erano uomini e donne adulti, qualche anziano e qualche bambino. In quella carlinga in fiamme che precipitava inesorabile, squarciata dal missile di una nazione "amica", furono intrappolati per sempre i sogni di quei bimbi, le aspirazioni e i progetti di quegli adulti, i ricordi di quei vecchi.
Oggi, dopo 28 anni, quei ricordi, quei sogni e quelle aspirazioni sono ancora là, dentro a quei rottami contorti e ricomposti come fossero tasselli di un tragico puzzle del terrore. Sono qui a Bologna, in un magazzino trasformato in museo gratuito, esposti al pubblico, a futura memoria.
Oggi, dopo 28 anni, forse da qualche parte negli USA ci sono due cinquantenni con molteplici mostrine multicolore sulle loro divise bianche, fiere ed eleganti. Sono due uomini che, da ragazzi, hanno compiuto il "dovere" che veniva loro imposto, uccidendo 81 innocenti. Certo, involontariamente, per errore, ma un errore troppo grave e pesante.
Oggi, vorrei poter conoscere il destino di quei due uomini, sapere se sono ancora vivi; in tal caso mi piacerebbe tanto sapere se stanno ripensando alla sera di 28 anni fa, a quel missile che ha colpito il bersaglio sbagliato, a quel grilletto tirato con poco sforzo e con poca riflessione.
Mi auguro che stiano ancora facendo i conti con la propria coscienza.