giovedì 16 ottobre 2008

Ricordi di un età senza razzismo

Ricordo ancora un mio lontano giorno di lezione alle scuole elementari. La maestra di storia e italiano stava svolgendo il suo lavoro rivolta alla classe, che reagiva come al solito: c’era chi l’ascoltava attento, chi parlottava con il proprio compagno di banco, chi era evidentemente assorto nei propri pensieri lontano chilometri da quell’aula, ecc.. Insomma, era un ordinario giorno di scuola di un’ordinaria classe formata da bimbi vivaci e spensierati. A un tratto qualcuno bussò alla vecchia porta di legno che si aprii cigolando sui cardini. Entrò in aula l’altra nostra maestra, seguita da un bimbo mai visto prima e dai suoi genitori. Erano strani, erano diversi. Negli anni ’90, nel mio piccolo paese di provincia, non capitava spesso di vedere persone che non fossero italiane, così rimanemmo tutti stupiti nel vedere, per la prima volta dal vivo, fisionomie diverse da quelle a cui eravamo abituati. Il nostro piccolo coetaneo era turco, era immigrato assieme alla famiglia nel nostro Paese per motivazioni che accomunano la maggior parte degli immigrati. Lo ricordo ancora bene, con quella sua testolina tonda, i capelli corti e dritti, rinchiuso nelle spalle, timido e con lo sguardo abbassato a guardare il pavimento; anche noi eravamo una novità per lui: si trovava di fronte 21 bambini che lo scrutavano da cima a fondo con gli occhi sgranati di curiosità. Sua madre si chinò per dirgli qualcosa e lui ci salutò con un “ciao” soffocato dalla timidezza e dal disagio che stava evidentemente provando. Nell’aula c’era un banco vuoto, dove le maestre lo fecero sedere un momento, per fargli osservare l’ambiente dal punto di vista che presto sarebbe diventato anche il suo. Mi sembra di vederli ancora lì, a pochi metri da me, il nostro piccolo nuovo compagno e i suoi genitori che gli parlavano piano, tranquillizzandolo. Ricordo bene sua madre, con quel foulard che le copriva i capelli e con quella gonna lunga e pesante che arrivava fino ai piedi.
Nei giorni successivi scoprimmo che il nostro nuovo compagno parlava pochissime parole di italiano, ciò lo rendeva molto silenzioso, tendendo a farlo chiudere in se stesso. Ma le maestre continuavano a spronarlo e incitarlo, dedicandogli quelle attenzioni in più che richiedeva il suo caso, senza mai trascurare il resto della classe. Ben presto i giochi nel giardino della scuola, dopo l’ora di pranzo, lo trasformarono da sconosciuto a nuovo amico, rivelandoci che, aldilà dell’aspetto fisico e della provenienza, non c’erano grosse differenze fra noi e lui. Imparò l’italiano in fretta, e al termine di quel suo primo anno con noi, sapeva leggere molto più fluidamente che qualche altro nostro svogliato compagno italiano. Ci furono polemiche solo quando fu accontentato il suo rifiuto di mangiare carne di maiale alla mensa, scatenando il risentimento di qualche genitore “benpensante” che vedeva un non meglio precisato “evidente trattamento privilegiato”. La cosa finì lì, con quei genitori zittiti da tutti gli altri.
La mia fu la prima classe delle scuole elementari di San Giovanni in Persiceto a sperimentare l’integrazione di un bambino straniero, e non ci furono problemi. Imparammo invece a non giudicare solo dall’aspetto esteriore, acquisendo così una grande lezione di vita.
Oggi, secondo certi nostri politici, quel bambino non sarebbe mai dovuto entrare in quell’aula; oggi vorrebbero che fosse inserito in una classe apposita, insieme ad altri bambini stranieri; oggi non sperimenterebbe in prima persona la nostra cultura, ma gli sarebbe impartita e insegnata teoricamente; il suo apprendimento della lingua italiana sarebbe disastrosamente rallentato per la mancanza di compagni italiani che lo stimolino a imparare in fretta, per poter poi giocare serenamente con loro. Oggi viviamo in un’Italia peggiore.
Ma la cosa che più mi preoccupa, non sono quei politici razzisti italiani che vanno tanto di moda recentemente, sono preoccupato invece dal crescente consenso di cui godono certe loro assurde idee. Tempo fa ho parlato di questo argomento con una giovane coppia (ingegnere lui, impiegata lei) che vive nella mia stessa palazzina, nell'appartamento a fianco al mio. Sono rimasto negativamente stupito quando, nella prospettiva futura di crescere un figlio, hanno espresso la volontà di iscriverlo a una scuola elementare privata, per evitare che trascorra cinque anni in una classe con bambini extracomunitari. Spesso poi, sento persone che ho sempre reputato intelligenti e sensibili fare discorsi assurdi come “Questa è la nostra terra, mio nonno ha collaborato nella bonifica delle paludi di questa pianura, percui vengono prima i miei bisogni e poi quelli degli stranieri, ecc..”. Con queste persone non si riesce nemmeno a impostare una discussione, rivelando un’ottusità e una chiusura mentale preoccupanti. Quella stessa chiusura mentale a cui condanneremmo i futuri alunni elementari (italiani e stranieri) qualora venissero segregati invece che integrati.
Insomma, è ora di considerarci cittadini del mondo e non solo del proprio Paese o della propria regione. E’ ora di accettare la globalizzazione in tutti i suoi aspetti, favorendo l’integrazione dei “diversi”. E’ ora di imparare ad essere garantisti, piuttosto che diffidenti. Solo così renderemo gli immigrati meno diversi da noi, solo così si sentiranno a casa, solo così diminuiranno quelli che preferiranno restare nell’ombra dell’illegalità. La storia insegna che queste questioni non si risolvono con la violenza o con i metodi forti. Non si risolvono generalizzando ed estremizzando. Cerchiamo di non ripetere gli stessi errori all’infinito. Cerchiamo di evolverci.

A proposito, è bene ricordare che poco più di trenta anni fa, qui nello civilizzato e moderno settentrione, molte case e alberghi esponevano cartelli con scritto “non si affittano camere ai terroni”, come se fossero bestie, animali da soma di cui sfruttarne la forza lavoro per poi lasciarli riposare in una stalla maleodorante. E quei meridionali non erano criminali, ma operai che si spezzavano la schiena nelle fabbriche della FIAT o nelle acciaierie e fonderie sparse nel territorio. Lavoravano sodo per sfamare i propri figli, preferendo vivere e lavorare a centinaia di km da casa e lontani dal calore della propria famiglia, piuttosto che arrendersi al lavoro nero che dominava nelle loro terre. Quei “terroni” non erano extracomunitari, ma erano oggetti dello stesso razzismo che quest'ultimi oggi devono affrontare.

Percui non prendiamoci in giro: non è una questione di provenienza, ma di accoglienza.

1 commento:

Boz ha detto...

Amico mio,
le tue sono tristi verità che oggi come oggi diventano non più questione di folklore, ma problema sociale. Al solito, i miei complimenti ;-)
Boz